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Chatbot, visite online, videoconferenze, webinar e geolocalizzazione. Durante l’emergenza COVID-19 il mondo healthcare si affida alle opportunità offerte dai servizi digitali per garantire la continuità operativa nel rispetto della sicurezza di medici e pazienti.
In prima linea a fronteggiare l’emergenza Coronavirus ci sono medici, infermieri e operatori che insieme a tante altre figure professionali del panorama sanitario, stanno cercando di assicurare le cure adeguate a tutte le persone che ne hanno bisogno.
Compito molto difficile in un momento come questo. L’accesso limitato a dispositivi di protezione individuale come mascherine, guanti e occhiali protettivi, la necessità di continuare percorsi terapeutici fondamentali per alcune categorie di pazienti e la volontà di contrastare il diffondersi di questo virus con tutti i mezzi possibili, hanno portato gli operatori del mondo healthcare ad approfondire e a sperimentare l’utilizzo di alcune tecnologie digitali. Tra queste vi sono le videoconferenze, le visite online, i chatbot e i webinar che già in molti contesti lavorativi sono ampiamente adottati, ma in questa situazione contingente si sono rivelati elemento di svolta per affrontare questa emergenza.
La tecnologia per essere vicini da remoto
Ci sono dei percorsi terapeutici che devono essere effettuati in presenza, ma esistono molti altri servizi e programmi di supporto alla persona che possono essere mantenuti attivi sfruttando i servizi digitali di connessione da remoto e i software per webinar e videoconferenze.
“La mia professionalità è ancora a loro disposizione, ma a distanza. Per proteggerli – così racconta Sarah, infermiere di home therapy che segue alcuni pazienti in programmi di home training e monitoraggio-. Devo spiegare loro che per un po’ non ci vedremo, ma che ci sentiremo e che sono sempre a loro disposizione, solo dietro a un telefono”.
Per applicare al meglio i protocolli di prevenzione e per ridurre i rischi legati allo spostamento delle persone, molti servizi offerti dalle strutture mediche e numerosi Programmi di Supporto al Paziente sono stati ripensati per permettere ai pazienti di incontrare il proprio Specialista di riferimento con una videochiamata, senza necessariamente recarsi di persona in ambulatorio. Per quanto riguarda il PSP, sono stati messi in atto protocolli per minimizzare il contatto utilizzando le stesse videochiamate o, laddove la popolazione non sia tecnologicamente preparata, delle chiamate telefoniche.
Gli Informatori Scientifici del Farmaco e gli Informatori Scientifici che per lavoro vanno abitualmente da ambulatorio ad ambulatorio e da ospedale a ospedale per incontrare medici, farmacisti e altri operatori, oltre al pericolo del contagio possono diventare loro stessi fonte di diffusione del virus. Per questo motivo molte case farmaceutiche hanno dovuto fermare le trasferte e gli spostamenti dei propri informatori. Tuttavia, i rapporti che questi ultimi hanno con i medici non possono interrompersi, rimanere in contatto è fondamentale. Per farlo, però, è necessario cambiare le modalità di comunicazione e formazione tradizionali. Agli incontri di persona potranno sostituirsi webinar e strumenti di eLearning che permetteranno agli Informatori di continuare a svolgere il loro lavoro senza andare di persona negli studi medici e nei reparti.
Inoltre, in questo momento di emergenza e quarantena forzata per la maggior parte delle persone, sono tanti i publisher e le società scientifiche nazionali e internazionali che stanno mettendo a disposizione gratuitamente contenuti scientifici fruibili online. Si tratta di un passo importante verso una ricerca più accessibile e aperta.
I chatbot per riconoscere i sintomi e adottare i comportamenti corretti
Un Chatbot è un software capace di conversare con un utente in linguaggio naturale, comprendendone le intenzioni e rispondendo secondo le linee guida e i dati di cui dispone.
Per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, dal 7 marzo la Regione Lombardia ha messo a disposizione sul proprio portale un Chatbot che permette di accedere a un percorso guidato il quale, rispetto ai sintomi selezionati, porta alla scelta delle azioni più corrette da compiere, sulla base delle linee guida del Ministero della Salute e degli organi internazionali preposti alla gestione dell’emergenza.
Un mezzo che permette un contatto immediato e diretto per chi è in cerca di informazioni veloci e validate.
La stessa OMS sta lanciando proprio in queste giornate un servizio di messaggistica in partnership con Facebook e Whatsapp che serve per dare risposte alle persone in merito all’emergenza Coronavirus.
Geolocalizzazione e Big Data per contrastare la diffusione del COVID-19
Utilizzare i Big Data e gli strumenti di geolocalizzazione per valutare velocemente l’effetto delle misure non farmacologiche di contenimento della diffusione del COVID-19 come la riduzione della mobilità e l’incremento della distanza sociale, è stato realizzato da un gruppo di ricercatori dell’ISI di Torino in collaborazione con la società Cuebiq, specializzata in analisi di big data.
Come spiega ai microfoni di diverse testate giornalistiche, Michele Tizzoni dell’ISI Torino, da quando è iniziata l’emergenza (verso il 21 di febbraio) a ora, i ricercatori hanno ricostruito il calo verticale di movimenti e interazioni utilizzando i dati anonimizzati ricavati da alcune applicazioni di uso comune. In questo modo, sono riusciti a costruire grafici e analisi statistiche dell’effetto delle misure attuate dal governo italiano. A questa ricerca si aggiungono numerose proposte di applicazioni in grado di mappare i movimenti degli italiani e l’insorgere di focolai, che stanno arrivando sul tavolo del ministero dell’Innovazione e che la polizia Postale e il Garante della Privacy dovranno valutare in materia di tutela dei dati personali.
Medici e informatici diventano quindi un team unico per cercare di garantire sistemi efficienti, efficaci e sicuri, che riescano a tenere sotto controllo il sovraccarico in momenti di picco come questi, senza però perdere la propria flessibilità.
Tante ancora sono le opportunità offerte dai servizi IT e che il mondo helthcare può introdurre in uno slancio verso un futuro che porti a benefici tangibili rapidamente adottati.
La relazione terapeutica ai tempi del Coronavirus: la storia di Alfonsina
Dal 9 marzo le nostre vite sono state stravolte, le nostre certezze minacciate. Un grosso tumulto emotivo ci ha travolti, quasi come se stessimo osservando la nostra vita da una finestra, come se non ci appartenesse… non può essere! Non è possibile! Il Covid 19 ha stravolto i nostri ritmi biologici e psicologici, le nostre relazioni, si è impadronito della nostra libertà.
Dopotutto, fino all’inizio della pandemia, la città di Wuhan non era altro che una parte di mondo sconosciuta, lontana da noi sia fisicamente che emotivamente. Si è fatto spazio dentro di noi la consapevolezza che tutto è cambiato in modo dirompente, e dopo un primo momento di incredulità e distacco dalla realtà, la rabbia la paura e lo sgomento hanno scandito il ritmo giornaliero del nostro mondo interiore. Sono cadute le certezze, dando spazio all’amara consapevolezza dell’assenza dell’altro, dei rapporti sociali, di una quotidianità data per scontata ed ora tanto desiderata.
Il nostro lavoro come psicoterapeuti è stato “aggredito” nel suo aspetto fondamentale, il generatore di cambiamento attraverso la certezza dell’esserci… la relazione.
La relazione è fatta dell’incontro nel setting, di dialoghi, d’incroci di sguardi, di vissuti espressi con il linguaggio del corpo, attraverso quei sospiri impercettibili che solo la condivisione dello spazio “terapeuta paziente” mette in comunione e fa cominicare fra loro.
Anche noi psicoterapeuti siamo stati chiamati ad un cambiamento, cambiamento necessario a trasmettere ai nostri pazienti il nostro esserci nelle loro vite. In questa emergenza abbiamo fatto ricorso alla strutturazione di un setting “diverso”, nato nei byte, fatto di clic e di videochiamate. Ci siamo adattati creativamente al nuovo. Nonostante le difficoltà, le sofferrenze, abbiamo colto e rimandato ai nostri pazienti due cose importanti: vivere con la consapevolezza che il Covid 19 è fra di noi, ma nello stesso tempo mantenere viva e pulsante la speranza che genera energia e voglia di far fronte al dolore e alle sofferenze. Il nostro ruolo in questo tempo è stato di accoglienza, condivisione e presenza.
Una paziente, infermiera, ha trovato nei nostri incontri l’unico spazio dove poter dare voce alle sue angosce, alla sue paure. L’ambiente di lavoro si è trasformato in un bacino di emozioni forti, intense e devastati: paragonava l’entrare in reparto come il varcare la trincea in guerra, con un compagno di viaggio costantemente presente, lo spettro della paura della morte. Il solo pensare di poter essere contagiata dal virus la devasta, ed ancor di più la terrorizza l’idea della possibilità che essa stessa possa veicolare il virus della morte ai suoi cari, non riuscirebbe a sopravvivere al senso di colpa.
Il suo ruolo gli impone di dare coraggio, stabilità, mantenere alto il livello di guardia, ma nello stesso tempo trasmettere la speranza che “andrà tutto bene”.
Il supporto emotivo ai tempi del Coronavirus: la storia di Francesca
Covid-19. Emergenza sanitaria. Lockdown.
Sono parole che risuonano nelle nostre case ormai da alcuni mesi e con loro ne sono arrivate altre: paura, dolore, incertezza. Della malattia, della perdita, del futuro.
Ognuno ha il proprio modo di vivere ed esprimere questo momento attraverso emozioni complesse e spesso difficili da gestire e, nel confronto con i miei pazienti e i miei colleghi, ho capito che la parola d’ordine come psicoterapeuti non poteva che essere una: flessibilità.
Flessibilità nel gestire il processo clinico e nell’apertura a nuove forme e mezzi di comunicazione.
Come con Giorgia*, madre single di un giovane con una patologia cronica, che si è rivolta al supporto psicologico per la prima volta perché sopraffatta dall’ansia di essere sola e di dover proteggere il figlio da questo nuovo virus.
Con Giorgia abbiamo iniziato un breve sostegno tramite videochiamata grazie alle quali abbiamo potuto fare anche alcuni esercizi per imparare a gestire i momenti più difficili.
La videochiamata non è un mezzo del tutto nuovo nel supporto psicologico e, in casi come questo, dove il manifestarsi violento e improvviso del disagio è reso più acuto dal confinamento all’interno delle mura domestiche, risulta particolarmente efficace come porta verso l’esterno e come realizzazione della presenza di una rete di supporto su cui contare.
Antonio*, invece, caregiver di professione, teme di portare il virus a casa dai suoi cari e ai suoi pazienti. L’idea di questo rischio in poco tempo è passata da semplice timore passeggero a una vera e propria paura che gli rende complesso svolgere il suo lavoro con la necessaria calma e serenità.
Per lui e per tutti i suoi colleghi, impegnati in prima linea, è stato aperto immediatamente uno sportello di ascolto, per garantire un luogo sicuro e protetto in cui poter condividere queste emozioni.
In questo momento il primo obiettivo che ci poniamo come psicoterapeuti è soprattutto quello di permettere alle persone che necessitano di supporto di prendere coscienza della natura dell’emergenza e di riconoscere che si tratta di una straordinaria esperienza collettiva in cui siamo tutti coinvolti senza eccezioni.
È fondamentale quindi comprendere che non siamo soli nella paura, nel dolore e nell’incertezza e che esiste una rete di supporto capace di aiutare a comprendere e abbracciare le nuove emozioni e andare oltre grazie alle proprie risorse personali.
Per fare questo, in un momento in cui le relazioni e la comunicazione tra le persone sono profondamente intaccate dalle misure di contenimento, la flessibilità nell’approccio è la chiave per offrire il miglior supporto possibile.
* (nomi di fantasia)
Essere un fisioterapista domiciliare ai tempi del Coronavirus: la storia di Fausto
Ho capito con pienezza l’importanza del nostro lavoro di fisioterapisti domiciliari ancor di più in questi tragici giorni che stiamo vivendo per questa pandemia dovuta al Covid-19.
Attraversando città e paesi vuoti, mentre mi dirigo dai miei pazienti, percepisco la solitudine che poi ritrovo dentro quasi tutte le case. Il mio lavoro è diventato un punto di riferimento terapeutico non solo per il corpo, ma anche per lo spirito del paziente.
Noi fisioterapisti domiciliari abbiamo dovuto imparare a lavorare in maniera diversa, seguendo tutte le precauzioni necessarie riguardo l’utilizzo dei DPI, per la nostra protezione e sicurezza e per quella dei nostri pazienti.
Entrando nelle loro abitazioni dobbiamo vincere il timore d’incontrare contagiati e, cosa più importante, dobbiamo trasmettere alle persone che ci aprono la loro casa la sicurezza di cui hanno bisogno. Apriamo le imposte per fare entrare aria pulita, con cortesia invitiamo i parenti a tenere la dovuta distanza e a mettere la mascherina nel rispetto del protocollo previsto.
Fare fisioterapia in questo momento è complesso: il paziente è preoccupato di svolgere una terapia che richiede la manipolazione degli arti, spesso dolorosa e che si basa sul contatto. Quel contatto è un grande gesto di fiducia di entrambe le parti: dei miei pazienti e anche mia.
Il ruolo di noi operatori domiciliari d’altronde è fortemente basato sulla fiducia: il fisioterapista rappresenta il cordone ombelicale che lega il paziente alla guarigione, per questo soprattutto in tempi complessi come questi, il nostro compito è quello di assistere con professionalità e massima sicurezza.
Ormai da tempo sono entrato nelle vite dei miei pazienti e spero tanto di poterli aiutare a preservarsi da questa pandemia.
Con umiltà e spirito di sacrificio continuo il mio lavoro quotidiano, augurando per me e i miei pazienti che quanto prima si ritorni alle normali abitudini.
Essere un infermiere di home therapy ai tempi del Coronavirus: la storia di Alessandro
Nonostante l’infermiere domiciliare non sia in prima linea (tra i reparti di malattie infettive e terapie intensive) nella “lotta al covid”, si trova di fronte a una grande battaglia da combattere: gli spetta il compito di continuare ad assistere sul territorio pazienti ad alta complessità assistenziale – che in questo momento più che mai, mostrano, in aggiunta alle difficoltà gestionali e alla cronicità della situazione di base, la paura di poter contrarre il virus.
Un virus che, potrebbe determinare esiti infausti per la salute di questi pazienti che si trovano in una condizione di base già precaria.
In questo momento i contatti all’interno di situazioni ospedaliere o ambulatoriali sono fortemente limitati e sconsigliati, di conseguenza l’infermiere domiciliare diventa ancora di più il punto di riferimento per coloro ai quali è garantita questo tipo di assistenza.
L’infermiere domiciliare si occupa perciò, oltre che dell’assistenza infermieristica di base, di supportare psicologicamente pazienti e familiari e di promuovere un’azione informativa e formativa, che miri alla sensibilizzazione delle pratiche alle quali attenersi perla prevenzione ed il controllo dell’infezione da Covid-19.
Tra i vari aspetti trattati nell’azione informativa, di fondamentale importanza risulta la parte relativa l’utilizzo dei DPI (dispositivi di protezione individuale) quali mascherine chirurgiche, che devono necessariamente essere utilizzate dal personale infermieristico che si reca a domicilio, ma anche dal paziente e dai caregivers; al fine da promuovere un’azione di protezione bidirezionale.
Spesso l’infermiere domiciliare si trova a fronteggiare situazioni in cui i propri utenti sono spaventati e hanno paura che chi eroga l’assistenza a domicilio possa essere vettore per la trasmissione del virus, essendo lo stesso a contatto con numerosi pazienti e rispettive famiglie.
Anche in queste situazioni, per quanto spiacevoli, il ruolo dell’infermiere è quello di tranquillizzare il paziente con professionalità e illustrare le misure di prevenzione che vengono attuate con e per ogni paziente; al fine di evitare la possibilità che i pazienti o i loro familiari rifiutino l’assistenza, con importanti ripercussioni sullo stato di salute del singolo e su tutto il sistema sanitario.
Questa emergenza sanitaria sta determinando una forte prova per la sanità pubblica e per chi ha scelto di prestarvi servizio.
Le azioni svolte da tutto il personale medico e infermieristico arricchiranno il bagaglio esperienziale di ciascun professionista, che continuerà a metterlo in campo anche quando l’emergenza sarà finita.
Essere un infermiere di home therapy ai tempi del Coronavirus: la storia di Davide
Essere un infermiere domiciliare non significa unicamente assistere una persona in un ambiente esterno a quello ospedaliero: è importante non dimenticare il significato di entrare per necessità nel mondo di qualcuno, nella sua vita, nei suoi spazi, essere parte di un universo a noi sconosciuto, quello di coloro che devono accoglierci nelle loro abitazioni per ricevere assistenza.
Proprio questa situazione fa sì che ogni passo, ogni parola, ogni azione, debba essere compiuta portando il rispetto necessario a coloro che hanno aperto con fiducia la porta della propria vita a noi estranei, poiché questo siamo inizialmente, divenendo visita dopo visita parte integrante delle vite che assistiamo.
Da quando si è sviluppata la pandemia, causata dal Sars-Cov2, il concetto stesso di assistenza domiciliare è mutato, soprattutto a livello psicologico: per motivi di sicurezza i dpi sono divenuti fondamentali anche per quanto riguarda l’assistito e spetta a noi infermieri far rispettare il protocollo previsto.
Ammetto di non essere a mio agio quando, in casa altrui, chiedo di indossare la mascherina anche a coloro che in quella casa ci vivono, quando chiedo di aprire le finestre per arieggiare l’ambiente e allontano tutti coloro che non sono necessari dalle stanze che ogni giorno li vedono protagonisti, mentre io sono solo una comparsa. Lo faccio per il loro bene e per il mio, a volte non è facile ma risulta palese come l’obiettivo sia la messa in sicurezza di tutti.
In conclusione, voglio ribadire come il concetto di assistenza domiciliare sia delicato, basato su una bilancia i cui piatti necessitano dello stesso peso: il rispetto tra colui che riceve assistenza e la figura professionale che rappresentiamo.
Noi infermieri domiciliari siamo un riferimento, siamo le persone in cui l’assistito e i suoi familiari ripongono la propria fiducia nel seguire le indicazioni che diventano indispensabili per tutta la durata dell’accesso domiciliare.
Non dobbiamo sottovalutare il ruolo che ricopriamo e l’importanza che rivestiamo in quanto sanitari, ma neppure il fatto che entriamo come esterni nelle intimità delle vite degli altri.
Umiltà e competenza, mai come in questo periodo risultano indispensabili.
Sicurezza delle informazioni, HNP ottiene la certificazione integrata tra ISO 9001 e ISO/IEC 27001

Tempo di lettura: 2 minutiProteggere l’integrità, la riservatezza e la disponibilità dei dati nonché garantire la continuità dell’attività aziendale per un’organizzazione che opera in ambito helthcare è di vitale importanza.
Per questo HNP è orgogliosa del traguardo raggiunto con l’ottenimento della certificazione integrata tra ISO 9001 e ISO/IEC 27001.
Da anni Healthcare Network Partners lavora per garantire un sistema di gestione completo e di qualità capace di assicurare servizi efficaci nella sicurezza della privacy di utenti e operatori. Già nel 2012, infatti, l’azienda ha ottenuto la certificazione ISO 9001, standard internazionale che delinea i requisiti per la realizzazione di un sistema di gestione della qualità, al fine di condurre i processi aziendali, migliorare l’efficacia e l’efficienza nell’erogazione del servizio, incrementando la soddisfazione del cliente. Questa normativa rispecchia la volontà di un’organizzazione di certificarsi per rispondere a un’esigenza di miglioramento continuo puntando su obiettivi di ottimizzazione della struttura.
Per creare un vero e proprio sistema di gestione integrato, nel 2020 HNP ha deciso di prendere un’ulteriore certificazione: la ISO/IEC 27001 grazie al lavoro congiunto del Chief Information Officer Lorenzo Dina, dell’Information Security Manager Salvatore D’Emilio assieme alla funzione preposta alla qualità e al supporto Compliance nella figura di Roberta Carbone .
La ISO/IEC 27001 è uno standard internazionale che definisce i requisiti di un sistema di sicurezza delle informazioni e include aspetti relativi alla sicurezza logica, fisica e organizzativa.
Con lo scopo di proteggere tutti i dati da eventuali minacce e rischi, da virus informatici, dalla distruzione e dal furto, da accessi non autorizzati, nonché dall’interruzione delle attività, HNP ha deciso di unire le best practice della norma ISO/IEC 27001 alla struttura aziendale già consolidata nel rispetto dei principi del GDPR.
Uno degli elementi di integrità garantito da questa certificazione si è rivelato di fondamentale importanza durante questo periodo emergenziale del COVID-19. Attivando lo smart working e consentendo l’accesso a tutti i sistemi da remoto tra cui le piattaforme iCare e iContact, HNP ha avviato il Business Continuity Plan per dare continuità alle attività in un settore come quello healthcare che in questi giorni è chiamato a dare prova della sua resilienza.
Per capire meglio l’importanza e il valore della certificazione integrata per la sicurezza dei dati e delle informazioni aziendali, Lorenzo Dina, Chief Information Officer di HNP, risponde a una nostra domanda:
Quanto è importante ottenere questa certificazione per un provider di servizi healthcare? “Proteggere la confidenzialità, disponibilità e integrità dei dati relativi ai pazienti è di vitale importanza in un settore molto regolamentato come quello healthcare.
Gestire dati sensibili come core business richiede una implementazione rigorosa e ben miscelata di tecnologia, standard e processi.
HNP aveva già dei robusti processi interni per proteggere i dati, tuttavia la ISO 27001 ci ha aiutato a considerare tutti i rischi con l’approccio rigoroso di uno dei più impegnativi standard di sicurezza e la certificazione, oggi, è la testimonianza tangibile di uno sforzo che ha attraversato l’intera organizzazione. L’importanza di questa certificazione è straordinaria, siamo i primi nel nostro mercato a ottenerla e sarà un’ulteriore leva importante nella costruzione di valore e nelle relazioni con i nostri clienti e partner”.
Forte di questo importante successo, HNP si conferma una realtà tesa al miglioramento continuo.
Essere un infermiere di home therapy ai tempi del Coronavirus: la storia di Roberta
“Il tempo di relazione è tempo di cura”
Articolo 4 del Codice deontologico delle professioni infermieristiche.
Vorrei partire da qui per riflettere su che cosa significhi essere un infermiere ai tempi del Coronavirus perché credo fortemente che se da un lato questa pandemia ci chiede di ridimensionare gli spazi che abbiamo a disposizione con i nostri pazienti, dall’altro ci vede costretti ad offrire loro non solo cura e assistenza ma anche un forte supporto emotivo e delle rassicurazioni in un momento storico in cui tutti ci sentiamo un po’ figli dell’incertezza e della paura, spesso anche fragili e impotenti.
Mi chiamo Roberta, sono un’infermiera e se penso a che cosa significhi per me occuparmi di pazienti al domicilio in un momento come questo, mi viene da dire che significa tanto. Significa emozioni, paure, sguardi e distanza.
Quando entro a casa dei miei pazienti è inevitabile percepire la paura negli occhi di chi mi sta di fronte.
Loro sono molto attenti e scrupolosi nei miei confronti, mi osservano… e tra un cambio di guanti e l’altro, uno sguardo quasi nascosto perché la mascherina stringe e le guance salgono… loro sono lì e io sono lì per loro. Ci devo essere.
Cambiano tante cose in tempi come questi, cambia l’approccio, cambia la postura, cambia la distanza, cambia l’accoglienza, cambia la relazione, cambia la dimensione, cambiano i saluti.
Andare a domicilio dai pazienti vuol dire instaurare con loro un rapporto rispettoso e forte, di fiducia. Si creano delle sinergie che hanno un significato importante nella relazione. Con i miei pazienti ho instaurato un forte legame, insomma passo più tempo con loro che con la mia famiglia e loro fanno parte della mia quotidianità.
Se pensiamo che il tempo di relazione è tempo di cura, dobbiamo considerare che i pazienti in questo momento necessitano ancor di più di rassicurazioni e conforto ed è legittimo che questo compito venga in qualche modo richiesto a noi: i tuoi assistiti li conosci bene; riconosci le loro espressioni, le loro smorfie, le parole troncate e le giornate tristi, i giorni spensierati e le risate condivise davanti ad un buon caffè.
Percorro molti chilometri e spesso nei miei viaggi rifletto su quanto sia importate esserci per gli altri, le strade sono vuote, i rumori assordanti non li sento più. Vedo distese di prati e montagne innevate. Cieli limpidi e alberi in fiore. È da qui che mi ricarico di energie e riparto per dirigermi da un altro paziente.
Dobbiamo imparare a vedere la relazione con i nostri pazienti come un qualcosa che in qualche modo cura anche noi, che ci aiuta a rivedere la dimensione relazionale con l’altro anche e soprattutto in termini di distanza perché ad oggi non stringo la mano a nessuno, non abbraccio nessuno per consolazione e questo significa distacco.
Quello di cui sono certa è che quando questa pandemia sarà finita potrò finalmente tornare a vivere i miei pazienti come li vivevo prima, senza panico, senza paure. Tornerò a vivere i miei pazienti nella serenità del rapporto che con loro ho creato, sicura e fiduciosa del fatto che lo stesso sarà per loro.
Essere un infermiere di home therapy ai tempi del Coronavirus: la storia di Orazio
Stiamo vivendo un’emergenza sanitaria senza precedenti, ma non ci stiamo forse dimenticando di chi ogni giorno vive la cronicità della propria malattia? Sono proprio quelle persone che, adesso che il sistema sanitario nazionale si è impallato, sono rimaste da sole a gestire il loro quotidiano.
È proprio per questi malati che noi infermieri domiciliari possiamo fare la differenza. Anche oggi ci siamo, ci siamo sempre, non solo adesso che ci hanno incollato addosso l’etichetta di eroi, ci siamo anche a Natale o a Ferragosto, con il sole o con la neve, con e senza il Coronavirus!
Siamo un punto di riferimento, una sicurezza, una certezza per i nostri assistiti in una condizione che di certo ha ben poco. Sono un infermiere che da sempre si occupa di malattie rare, quelle che quasi nessuno conosce e che in questo periodo non sono all’attenzione dei media. Proprio per i malati rari sento di dover continuare a esserci.
Svolgo quest’attività da più di dieci anni ed è bello vedere che in questo periodo i pazienti mi chiamano ogni giorno, mi aggiornano sulle loro condizioni di salute e mi chiedono le mie, cercando chiarimenti, sicurezze. Sono felici che qualcuno si continui ad occupare di loro.
Quando mi reco al loro domicilio mi fanno trovare la stanza arieggiata e pulita e indossano la mascherina. Anche loro si prendono cura di me. Questo è meraviglioso.
Proprio ieri una paziente che non seguo più da un anno perché non copro più la sua zona di residenza, mi ha chiamato per sapere se stavo bene raccomandandomi di stare attento.
Credo di fare uno dei più bei lavori al mondo.
Digital health, la rivoluzione digitale della sanità al tempo del COVID-19
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Chatbot, visite online, videoconferenze, webinar e geolocalizzazione. Durante l’emergenza COVID-19 il mondo healthcare si affida alle opportunità offerte dai servizi digitali per garantire la continuità operativa nel rispetto della sicurezza di medici e pazienti.
In prima linea a fronteggiare l’emergenza Coronavirus ci sono medici, infermieri e operatori che insieme a tante altre figure professionali del panorama sanitario, stanno cercando di assicurare le cure adeguate a tutte le persone che ne hanno bisogno.
Compito molto difficile in un momento come questo. L’accesso limitato a dispositivi di protezione individuale come mascherine, guanti e occhiali protettivi, la necessità di continuare percorsi terapeutici fondamentali per alcune categorie di pazienti e la volontà di contrastare il diffondersi di questo virus con tutti i mezzi possibili, hanno portato gli operatori del mondo healthcare ad approfondire e a sperimentare l’utilizzo di alcune tecnologie digitali. Tra queste vi sono le videoconferenze, le visite online, i chatbot e i webinar che già in molti contesti lavorativi sono ampiamente adottati, ma in questa situazione contingente si sono rivelati elemento di svolta per affrontare questa emergenza.
La tecnologia per essere vicini da remoto
Ci sono dei percorsi terapeutici che devono essere effettuati in presenza, ma esistono molti altri servizi e programmi di supporto alla persona che possono essere mantenuti attivi sfruttando i servizi digitali di connessione da remoto e i software per webinar e videoconferenze.
“La mia professionalità è ancora a loro disposizione, ma a distanza. Per proteggerli – così racconta Sarah, infermiere di home therapy che segue alcuni pazienti in programmi di home training e monitoraggio-. Devo spiegare loro che per un po’ non ci vedremo, ma che ci sentiremo e che sono sempre a loro disposizione, solo dietro a un telefono”.
Per applicare al meglio i protocolli di prevenzione e per ridurre i rischi legati allo spostamento delle persone, molti servizi offerti dalle strutture mediche e numerosi Programmi di Supporto al Paziente sono stati ripensati per permettere ai pazienti di incontrare il proprio Specialista di riferimento con una videochiamata, senza necessariamente recarsi di persona in ambulatorio. Per quanto riguarda il PSP, sono stati messi in atto protocolli per minimizzare il contatto utilizzando le stesse videochiamate o, laddove la popolazione non sia tecnologicamente preparata, delle chiamate telefoniche.
Gli Informatori Scientifici del Farmaco e gli Informatori Scientifici che per lavoro vanno abitualmente da ambulatorio ad ambulatorio e da ospedale a ospedale per incontrare medici, farmacisti e altri operatori, oltre al pericolo del contagio possono diventare loro stessi fonte di diffusione del virus. Per questo motivo molte case farmaceutiche hanno dovuto fermare le trasferte e gli spostamenti dei propri informatori. Tuttavia, i rapporti che questi ultimi hanno con i medici non possono interrompersi, rimanere in contatto è fondamentale. Per farlo, però, è necessario cambiare le modalità di comunicazione e formazione tradizionali. Agli incontri di persona potranno sostituirsi webinar e strumenti di eLearning che permetteranno agli Informatori di continuare a svolgere il loro lavoro senza andare di persona negli studi medici e nei reparti.
Inoltre, in questo momento di emergenza e quarantena forzata per la maggior parte delle persone, sono tanti i publisher e le società scientifiche nazionali e internazionali che stanno mettendo a disposizione gratuitamente contenuti scientifici fruibili online. Si tratta di un passo importante verso una ricerca più accessibile e aperta.
I chatbot per riconoscere i sintomi e adottare i comportamenti corretti
Un Chatbot è un software capace di conversare con un utente in linguaggio naturale, comprendendone le intenzioni e rispondendo secondo le linee guida e i dati di cui dispone.
Per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, dal 7 marzo la Regione Lombardia ha messo a disposizione sul proprio portale un Chatbot che permette di accedere a un percorso guidato il quale, rispetto ai sintomi selezionati, porta alla scelta delle azioni più corrette da compiere, sulla base delle linee guida del Ministero della Salute e degli organi internazionali preposti alla gestione dell’emergenza.
Un mezzo che permette un contatto immediato e diretto per chi è in cerca di informazioni veloci e validate.
La stessa OMS sta lanciando proprio in queste giornate un servizio di messaggistica in partnership con Facebook e Whatsapp che serve per dare risposte alle persone in merito all’emergenza Coronavirus.
Geolocalizzazione e Big Data per contrastare la diffusione del COVID-19
Utilizzare i Big Data e gli strumenti di geolocalizzazione per valutare velocemente l’effetto delle misure non farmacologiche di contenimento della diffusione del COVID-19 come la riduzione della mobilità e l’incremento della distanza sociale, è stato realizzato da un gruppo di ricercatori dell’ISI di Torino in collaborazione con la società Cuebiq, specializzata in analisi di big data.
Come spiega ai microfoni di diverse testate giornalistiche, Michele Tizzoni dell’ISI Torino, da quando è iniziata l’emergenza (verso il 21 di febbraio) a ora, i ricercatori hanno ricostruito il calo verticale di movimenti e interazioni utilizzando i dati anonimizzati ricavati da alcune applicazioni di uso comune. In questo modo, sono riusciti a costruire grafici e analisi statistiche dell’effetto delle misure attuate dal governo italiano. A questa ricerca si aggiungono numerose proposte di applicazioni in grado di mappare i movimenti degli italiani e l’insorgere di focolai, che stanno arrivando sul tavolo del ministero dell’Innovazione e che la polizia Postale e il Garante della Privacy dovranno valutare in materia di tutela dei dati personali.
Medici e informatici diventano quindi un team unico per cercare di garantire sistemi efficienti, efficaci e sicuri, che riescano a tenere sotto controllo il sovraccarico in momenti di picco come questi, senza però perdere la propria flessibilità.
Tante ancora sono le opportunità offerte dai servizi IT e che il mondo helthcare può introdurre in uno slancio verso un futuro che porti a benefici tangibili rapidamente adottati.
Essere un infermiere di home therapy ai tempi del Coronavirus: la storia di Alessio
Da diverso tempo collaboro con HNP come infermiere domiciliare dedicandomi ad attività rivolte ai pazienti affetti da malattie croniche e rare.
Per un infermiere il lavoro in assistenza domiciliare è diverso dal lavoro in ospedale perché con il tempo entri a far parte della famiglia dell’assistito: non sei visto come semplice infermiere professionale, ma anche come un amico, un confidente e un punto di riferimento in ambito infermieristico per tutto il mondo che si trova dietro quel campanello che suoni anche tutte le settimane.
In questo momento così strano che stiamo vivendo per il Coronavirus, il nostro contributo di infermieri è essenziale per garantire la continuità assistenziale a domicilio per questo tipo di pazienti che presentano patologie che già di per sé li rendono più fragili di altri. Il mio lavoro infatti continua a svolgersi come sempre, ma con maggior attenzione, rispettando i protocolli di sicurezza che ci sono stati comunicati.
Che cosa è cambiato nelle mie attività? Beh, alcuni pazienti per il rapporto di fiducia che si è creato nel corso degli anni si sentono al sicuro a effettuare la terapia infusionale, proprio come si sentivano prima del virus; altri pazienti maggiormente ansiosi, pazienti che si trovano a casa dal lavoro con tutte le implicazioni che questo comporta, hanno avuto di bisogno di maggiori rassicurazioni sulla mia modalità di somministrazione della terapia, ma ancor più sui miei contatti precedentemente avuti data la mia professione, facendomi sentire una minaccia. Io non mollo, non ho esitato un secondo a spiegare loro che sono sempre Alessio, con una maschera in più e tante accortezze che servono proprio per preservare tutti i miei assistiti.
Il mio lavoro è come una missione, ed è in questo momento delicato che si deve continuare a lottare con tutte le nostre forze per il bene della collettività, lavorando con le giuste precauzioni, senza mai abbassare la guardia.