L’architettura della presa in carico nelle malattie rare: multidisciplinarietà e nuove figure assistenziali

Tempo di lettura: 4 minuti

La gestione clinica delle patologie rare sta vivendo una profonda trasformazione, guidata dagli straordinari successi terapeutici che prolungano l’aspettativa di vita dei pazienti. La comparsa di differenti bisogni di assistenza e situazioni cliniche nuove orientano il modello di cura verso un approccio corale. Questa evoluzione si fonda su due pilastri fondamentali: la codifica di una multidisciplinarietà condivisa tra professionisti sanitari e l’integrazione di nuove figure dedicate, come il Case Manager, essenziali per garantire una presa in carico complessiva e senza frammentazioni. Dal dialogo con Irene Motta, Professoressa Associata di Medicina Interna all’Università degli Studi di Milano e dirigente medico alla Fondazione IRCCS Ca’ Granda Policlinico di Milano, dove segue oltre 700 pazienti con emoglobinopatie e malattie da accumulo lisosomiale, emergono le direttrici di questo percorso, orientato a valorizzare le competenze del team sanitario e a ottimizzare l’esperienza del paziente.

DALLA VISIONE INDIVIDUALE AL SISTEMA INTEGRATO

L’implementazione di un modello autenticamente multidisciplinare rappresenta un passaggio culturale e organizzativo non privo di ostacoli. Sul piano dell’approccio clinico, l’orizzonte si sposta dalla esclusiva competenza verticale del singolo a una reale condivisione paritaria del sapere, favorendo l’apertura e il confronto tra le diverse specializzazioni.

A livello organizzativo, l’efficacia di questo modello richiede una struttura definita:

  • Programmazione condivisa: la presenza di agende dedicate per le visite multidisciplinari costituisce un elemento imprescindibile per valorizzare il tempo clinico dei professionisti.
  • Prossimità dei servizi: un’assistenza ottimizzata prevede l’avvicinamento delle prestazioni al paziente, riducendo per quest’ultimo la necessità di spostamenti, salvo laddove sia previsto l’utilizzo di specifiche strumentazioni. Nella fruizione dei servizi sanitari a distanza uno dei modelli di riferimento è la telemedicina la cui implementazione è però direttamente correlata alle dotazioni tecnologiche disponibili nelle diverse aziende sanitarie.
  • Modelli attuativi: l’introduzione della visita multidisciplinare all’interno dei Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA) dovrebbe garantire la disponibilità degli specialisti necessari, inserendo il lavoro di squadra all’interno di uno strumento di pianificazione, svincolandolo dalla mera iniziativa individuale.

In questo scenario, la comunicazione con la medicina del territorio assume un’importanza strategica. Lo sviluppo di una piattaforma digitale, per esempio, faciliterebbe un dialogo tracciabile e asincrono tra lo specialista ospedaliero e il medico curante, ottimizzando le sinergie, limitando la dispersione delle cure e supportando l’attivazione di servizi fondamentali per il paziente come l’assistenza domiciliare.

L’INTERSCAMBIO FORMATIVO E LA DECODIFICA DEL PAZIENTE

Il lavoro in équipe multidisciplinare genera un costante arricchimento culturale per tutti i professionisti sanitari. L’utilizzo di terapie innovative rende preziosa la condivisione di esperienze da parte di specialisti provenienti da altri ambiti clinici, come l’esperto di coagulazione. La familiarità di uno specialista con determinate molecole offre al gruppo una visione predittiva inestimabile sui potenziali benefici, sulle applicazioni a lungo termine e sulle possibili complicanze.

“Ormai la medicina è talmente avanzata che è proprio lo scambio tra diversi specialisti che permette di crescere e di offrire al paziente il miglior servizio” osserva la Prof.ssa Motta.

Questa osmosi di conoscenze trasforma anche le attività ambulatoriali in momenti di formazione, capaci di attrarre e istruire studenti e specializzandi su molteplici fronti simultaneamente.

Il lavoro in équipe multidisciplinare va sperimentato, quando si ha la fortuna di trovarsi nel contesto in cui viene effettivamente realizzato, è unanimemente apprezzato” aggiunge la Professoressa.

Parallelamente, la presenza di figure come quella dello psicologo nel nucleo curante attiva un canale formativo bidirezionale. Oltre a supportare il malato, i professionisti della salute mentale forniscono ai medici chiavi di lettura fondamentali durante le riunioni periodiche. Comprendere le radici di specifici comportamenti adottati dalle persone in cura permette al team di calibrare l’atteggiamento clinico, migliorando sensibilmente l’efficacia del percorso terapeutico.

“L’approccio multidisciplinare fa bene a tutti, fa bene prima di tutto al paziente, fa benissimo anche a noi perché ci arricchisce molto culturalmente e ci permette anche di superare la nostra particolare e inevitabilmente univoca visione” conclude la Motta.

L’ESPLORAZIONE DELLA QUALITÀ DELLA VITA: OLTRE I PARAMETRI CLINICI

L’impatto delle nuove terapie innesca profonde ridefinizioni identitarie. Per esempio, l’interruzione di terapie come l’emotrasfusione nella talassemia segna il passaggio dallo status di malato a una nuova condizione di salute, un cambiamento radicale che richiede un accompagnamento psicologico, strutturato, per ricalibrare l’immagine di sé e il proprio ruolo nel contesto familiare e sociale.

L’innalzamento dell’età media dei pazienti impone parallelamente un’indagine accurata su aspetti legati alla qualità della vita intima e relazionale. La valutazione clinica deve espandersi oltre il controllo dei valori biochimici. Affrontare sistematicamente la sfera affettiva e sessuale, avvalendosi di figure come l’urologo, l’andrologo o l’endocrinologo, consente di contestualizzare l’assetto ormonale all’interno del reale vissuto della persona. Un approccio globale e moderno prevede inoltre il coinvolgimento sinergico di nutrizionisti, fisioterapisti e assistenti sociali per rispondere alle accresciute esigenze di queste coorti anagrafiche.

L’attivazione sistemica di tali figure pone la necessità di prevedere canali di finanziamento strutturati, superando l’attuale modello in cui la sostenibilità di questi servizi “ancillari” ricade prevalentemente sui fondi delle singole unità operative.

IL CONTRIBUTO DELLE FIGURE ASSISTENZIALI ALLA CONTINUITÀ CLINICA: CASE MANAGER E NURSE PRACTITIONER

La gestione operativa di patologie rare ad alta complessità o di terapie innovative come la terapia genica, assorbe oggi le energie dei clinici anche sotto il profilo organizzativo. L’introduzione di specifiche figure professionali rappresenta la soluzione per mantenere standard di eccellenza e fluidità.

La Prof.ssa Motta delinea due profili distinti per l’ottimizzazione del sistema:

  • Il Case Manager: un professionista dedicato al coordinamento del percorso. Questa figura accompagna fisicamente e organizzativamente il paziente attraverso i vari step dei trattamenti, offrendo un punto di riferimento e prevenendo il senso di smarrimento o abbandono nei pazienti più fragili durante le fasi in cui il medico specialista concentra fisiologicamente la propria attenzione sulle urgenze primarie di altre persone in cura.
  • Il Nurse Practitioner: ispirato ai modelli anglosassoni, l’infermiere di pratica avanzata si configura come un ruolo intermedio di presa in carico clinico-assistenziale, avendo competenze cliniche estese e autonomia decisionale. Questa professionalità assicura un monitoraggio costante e un solido ancoraggio relazionale, permettendo contestualmente ai medici di valorizzare maggiormente l’attività clinica e scientifica.

In sintesi, il successo nella gestione delle malattie rare va ben oltre il singolo atto terapeutico, rendendo indispensabile un’evoluzione strutturale dei modelli assistenziali. Slegare la collaborazione multidisciplinare dall’estemporaneità e dalla buona volontà dei singoli, garantire linee di finanziamento dedicate per le figure di supporto come lo psicologo, e inserire stabilmente profili come il Case Manager o il Nurse Practitioner costituiscono passaggi strettamente interconnessi. Questo orientamento integrato tutela il tempo dei clinici, valorizza lo scambio culturale tra i professionisti e garantisce ai pazienti una continuità assistenziale costante, restituendo piena dignità alla complessità della loro vita.

 

Oncologia territoriale VS ospedaliera: la visione del Prof. Daniele Santini tra innovazione e sostenibilità

Tempo di lettura: 4 minuti

UN MODELLO MISTO PER IL FUTURO DELL’ASSISTENZA ONCOLOGICA IN ITALIA: L’ESPERIENZA DI CHI HA DIRETTO LE STRUTTURE SIA TERRITORIALI CHE OSPEDALIERE APRE NUOVE PROSPETTIVE SULLA GESTIONE INTEGRATA DEI PAZIENTI.

Il dibattito sull’integrazione tra assistenza ospedaliera e territoriale in oncologia trova nel Prof. Daniele Santini, Direttore della UOC di Oncologia Medica del Policlinico Umberto I di Roma, un testimone d’eccezione. La sua esperienza unica – prima alla guida della UOC di Oncologia Territoriale Universitaria della Sapienza presso la Casa della Salute di Aprilia, oggi alla direzione di una UOC in uno dei policlinici universitari più importanti d’Italia, – lo pone in una posizione privilegiata per confrontare due modelli assistenziali e valutarne le potenzialità.

IL TERRITORIO COME LABORATORIO DI PROSSIMITÀ

“L’oncologia territoriale rappresenta una realtà innovativa ma ancora poco diffusa in Italia”, spiega il Prof. Santini, sottolineando come questa configurazione organizzativa permetta un contatto più stretto e agile con le realtà sanitarie locali: ASL territoriali, case della comunità, ospedali privati accreditati e, soprattutto, i medici di medicina generale.
L’esperienza di Aprilia ha dato prova dell’efficacia del modello e premiato il complesso lavoro di connessione e collegamento fra i diversi attori: incontri settimanali con 100-150 MMG, attività educazionale strutturata, accesso facilitato per i pazienti e collaborazioni con centri clinici privati per effettuare esami strumentali, consulenze e altre attività non disponibili presso la Casa della Comunità. “Abbiamo ridotto notevolmente il tasso di emigrazione sanitaria”, evidenzia il professore. “I pazienti non dovevano più spostarsi verso ospedali lontani, con una conseguente riduzione della tossicità finanziaria per le famiglie”.

Un elemento distintivo è il rapporto con le associazioni di pazienti: incontri regolari che hanno permesso di comprendere le esigenze reali e comunicare le innovazioni terapeutiche disponibili, creando una vera rete oncologica locale.

DAL TERRITORIO ALLA METROPOLI: STRUMENTI E RETI PER UN’INTEGRAZIONE STRUTTURATA

Il passaggio all’Umberto I ha portato il Prof. Santini a confrontarsi con una realtà diversa ma complementare. Qui l’integrazione passa attraverso strumenti come il PACO (Punto di Accesso per la Cura Oncologica), che facilita il percorso dei pazienti con nuova diagnosi o sospetto tumore, e i PDTA (Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali) che garantiscono un approccio multidisciplinare strutturato.
“È più complesso stabilire rapporti con le ASL territoriali a causa dell’ampiezza e della diversificazione del territorio”, ammette il Prof. Santini, “ma attraverso i PDTA regionali – come quello che ho contribuito a costituire e coordinare per il tumore della prostata – abbiamo creato connessioni efficaci con ospedali periferici, identificando centri prescrittori e centri di diagnosi e offrendo la possibilità ai centri dove questo non è possibile di avere dei referenti ospedalieri in strutture come il Policlinico Umberto I”.

QUALE PAZIENTE PER QUALE SETTING?

La distinzione non è netta, ma esistono indicazioni chiare. Il modello territoriale eccelle nella gestione delle patologie oncologiche più comuni (tumori genitourinari, al polmone o alla mammella) e nella riduzione degli accessi impropri al pronto soccorso grazie al contatto diretto con i MMG, che permette una gestione proattiva delle tossicità correlate alle terapie.

La UOC ospedaliera si caratterizza per l’alta intensità di trattamento e tecnologica, oltre che per l’innovazione terapeutica, elementi che la rendono insostituibile per determinate casistiche.

TELEMEDICINA: L’ACCELERATORE DELL’INTEGRAZIONE

“La telemedicina è un’innovazione che può essere molto ben applicata nell’ambito territoriale”, sottolinea il Prof. Santini. “Gli strumenti digitali permettono consulenze dirette con i MMG e con i pazienti stessi, rappresentando un ponte efficace tra diversi livelli assistenziali”.

LA FORMAZIONE COME LEVA STRATEGICA

Le competenze richieste a medici e infermieri non cambiano tra territorio e ospedale, ma il setting territoriale offre vantaggi specifici nella formazione continua. Gli incontri settimanali con i MMG su temi oncologici, come dimostrato ad Aprilia, creano un atteggiamento proattivo nella diagnosi precoce di sintomi e tossicità, superiore a quanto possibile in contesti metropolitani frammentati.

IL MODELLO DEL FUTURO: UN APPROCCIO MISTO

La visione del Prof. Santini per il futuro è pragmatica: “Il modello organizzativo del futuro è un modello misto”. Nelle metropoli, dove il modello territoriale è difficilmente applicabile per complessità organizzative, resta appropriato un approccio centralizzato ad alta intensità. Nelle realtà provinciali e periferiche, invece, il modello territoriale può garantire terapie oncologiche attive riducendo stress e tossicità finanziaria per pazienti e famiglie.
Nell’ambito di una realtà territoriale potrebbe essere interessante, inoltre, attivare ricerca e sperimentazione che potrebbero raggiungere livelli equiparabili a quelli di un centro ospedaliero di riferimento.
Non si tratta di scegliere tra territorio e ospedale, ma di costruire un sistema integrato dove ogni livello assistenziale esprime il proprio valore aggiunto in base al contesto geografico e alla complessità clinica. Un equilibrio sostenibile che può finalmente garantire equità di accesso e qualità delle cure su tutto il territorio nazionale.

 

Questa newsletter non ha la pretesa di offrire risposte definitive, ma di stimolare una discussione collettiva tra chi ogni giorno cerca di migliorare il sistema sanitario. Se qualcosa vi ha colpito, fatelo sapere, scrivendo, commentando o condividendo la vostra esperienza, perché solo dal confronto nasce il cambiamento.

Percorsi di referral tra territorio e ospedale: priorità, strumenti e nodi critici

Tempo di lettura: 6 minuti

L’ANALISI DEL DIRETTORE SANITARIO DELL’ASL DI BRINDISI, DR. VINCENZO GIGANTELLI

Il sistema sanitario italiano è attraversato da una profonda trasformazione: il PNRR e le riforme nazionali stanno ridisegnando il rapporto tra territorio e ospedale, puntando su una sanità più vicina ai cittadini e capace di rispondere in modo integrato ai bisogni di salute. Ma come si traduce questo cambiamento nella pratica quotidiana? Quali sono le sfide che le aziende sanitarie locali devono affrontare per garantire quella continuità di cura che rappresenta uno degli obiettivi chiave del nuovo modello assistenziale?

Per rispondere a queste domande abbiamo raccolto il punto di vista del Direttore Sanitario dell’ASL di Brindisi, dr. Vincenzo Gigantelli, che ci ha illustrato strategie, priorità e soluzioni concrete per costruire una rete assistenziale realmente integrata, capace di accompagnare i pazienti lungo tutto il percorso di cura senza dispersioni né frammentazioni.

UNA NECESSITÀ NON MARGINALE

“Molti dei casi che vengono trattati a livello territoriale trovano completezza nell’organizzazione di assistenza sanitaria di base e specialistica” spiega il dr. Gigantelli, “ma in una percentuale di casi che varia tra il 5 e il 15% – quindi un paziente su 5 o un paziente su 10 – c’è la necessità di avere un’attività di colleganza molto valida”. Si tratta di quei pazienti che afferiscono alle cure intermedie e non trovano risposta adeguata nella normale organizzazione assistenziale: una quota non residuale che richiede percorsi di referral strutturati ed efficaci.

STRUMENTI ORGANIZZATIVI E TECNOLOGICI: LE BASI DEL SISTEMA

Per costruire percorsi di referral fluidi, il dr. Gigantelli identifica due pilastri fondamentali: strumenti organizzativi e strumenti informatici. “Il punto di partenza è una comunicazione corretta” sottolinea il Direttore Sanitario, riferendosi alle carte dei servizi presenti sui siti istituzionali, che rappresentano “il primo baluardo di comunicazione nei confronti del cittadino e anche degli operatori”.
Dal punto di vista documentativo, la trasformazione digitale sta fornendo nuovi strumenti: il Fascicolo Sanitario Elettronico e la cartella clinica elettronica e ambulatoriale che “si stanno via via perfezionando” e costituiscono le basi del referral territorio-ospedale. A questi si affianca “la creazione di una rete di tipo infrastrutturale che collega i vari servizi” e la disponibilità immediata dei documenti attraverso “meccanismi di repository”.

GOVERNANCE DEI DATI E PDTA: EVITARE SPRECHI E GARANTIRE APPROPRIATEZZA

La condivisione dei dati e il raggruppamento in unico ambiente di tutte le informazioni rappresentano un elemento cruciale per l’efficienza del sistema. “Da una parte evitiamo il ripetere esami di cui siamo già in possesso, dall’altra abbiamo la possibilità di orientarci verso un più appropriato utilizzo dei dati” spiega il dr. Gigantelli. Questo approccio si collega strettamente all’adozione di PDTA per singole patologie: “i cosiddetti percorsi integrati sono già previsti dal DM n. 70 e oggi, con il completamento della rete territoriale voluta dal DM 77, si devono ulteriormente espandere e completare a livello territoriale”.

IL CAMBIO DI PARADIGMA: DAL “MIO” AL “NOSTRO” PAZIENTE

Ma la tecnologia da sola non basta. È necessaria una trasformazione culturale profonda. “Una volta da una parte c’erano i medici del territorio e dall’altra c’erano gli ospedalieri. La realtà vuole che entrambe queste figure si schierino dallo stesso lato e intorno agli interessi dei pazienti” afferma il dr. Gigantelli.

Il cambiamento richiede di superare l’idea di separatezza dei compiti: “far capire ai professionisti che il paziente non è mio o tuo, ma è mio e tuo nel contempo, secondo quello che è il bisogno di salute da ottimizzare, determina un momento di confronto più sereno perché è come se fosse un passaggio di testimone tra professionisti”. Una presa in carico che deve essere “multidisciplinare e multiprofessionale”, valutando il paziente “nelle varie dimensioni che sono non soltanto di tipo sanitario e clinico, ma anche di tipo sociale, relazionale e familiare”.

I NODI CRITICI: QUANDO SI INTERROMPE LA CATENA COMUNICATIVA

Nonostante i progressi organizzativi, restano criticità significative. “È quotidiano il ricorso al direttore sanitario aziendale per questioni di non colleganza, cioè di non coinvolgimento” rivela il dr. Gigantelli. “Quando si interrompe la catena comunicativa, il paziente si ritrova con un referto non consegnato, con un esame non eseguito, con una spiegazione non data o con una relazione deficitaria”.

Il problema si amplifica con particolari tipologie di pazienti: “quando il paziente è fragile, affetto da malattie rare, con problematiche collegate a una non autosufficienza e quando richiede la collaborazione di soggetti che spesso sono ubicati fisicamente a distanza”, le difficoltà si moltiplicano. In questi casi l’ASL interviene “in tempo reale per cercare di capire quali sono gli ostacoli” e garantire la continuità assistenziale.

IL RUOLO DELLA TELEMEDICINA E DELLE CENTRALI OPERATIVE

Per il futuro, il dr. Gigantelli individua nella telemedicina e nelle centrali operative territoriali elementi chiave: “un investimento maggiore in procedure di telemedicina, di teleassistenza e telemonitoraggio, il corretto utilizzo delle centrali operative territoriali potrà aiutarci a connettere in maniera più efficiente ed efficace il bisogno rilevato per quel paziente”. L’obiettivo è essere “tutti allineati sulla conoscenza del caso, della terapia, del follow-up”, dai medici di medicina generale ai pediatri di libera scelta agli specialisti delle future case della salute e ospedali di comunità.

PNRR: UNA TRASFORMAZIONE ANCORA IN CORSO

Riguardo all’implementazione delle misure del PNRR, il dr. Gigantelli fornisce un quadro realistico dei tempi: “Ad oggi abbiamo fatto percorsi formativi per infermieri di famiglia e comunità in collaborazione con gli ordini professionali, però non abbiamo ancora assunto queste figure”. Le assunzioni potranno avvenire “solo quando le strutture saranno complete, collaudate e rese nella disponibilità dei territori”.
Al momento “sono i servizi esistenti sui quali basiamo la nostra capacità erogativa” precisa il Direttore Sanitario, “entro giugno del 2026, al più tardi a fine 2026, saremo in condizione di vedere le attività concretizzate sul piano operativo”. Nel frattempo, il lavoro si concentra sulla trasformazione graduale dell’esistente “in qualcosa che sia maggiormente orientato allo schema previsto dalla medicina di iniziativa”.

PUNTARE SUL POTENZIALE TERRITORIALE

Piuttosto che guardare ad esperienze di altre regioni, il dr. Gigantelli ritiene di doversi soffermare sul potenziale nell’ambito del territorio cercando di migliorare quanto già in essere. Il Direttore ritiene che “l’adozione di un modello di medicina di iniziativa abbia in sé un prerequisito: agire all’interno della cornice regionale, quindi dell’operatività aziendale, creando i presupposti per un’ottimizzazione di quello che già si fa rispetto a quello che potrà modificarsi”. In questo senso l’obiettivo è sviluppare progetti specifici per “una presa in carico condivisa e integrata per pazienti affetti da patologie croniche che necessitano di follow-up post ospedaliero”, aprendo “al concetto di medicina di prossimità che si spinge fino al domicilio, inteso come il primo luogo di cura”.

Il riferimento è all’obiettivo PNRR di “una presa in carico graduale e costante verso il 10% almeno dei pazienti ultrasessantacinquenni”. Per gli altri casi, il percorso farà riferimento ai presidi territoriali: Case della Comunità, Ospedali di Comunità e, in Puglia, i PTA (Presidi Territoriali di Assistenza) derivanti dalla riconversione di strutture ospedaliere.

LA PRIORITÀ: MODELLI ORGANIZZATIVI

Quale priorità immediata, il dr. Gigantelli ha già indicato ai direttori aziendali “di mettere in atto modelli organizzativi che agiscono su tutti gli ambiti di attività assegnati dai LEA, dalla prevenzione alla gestione distrettuale e ospedaliera, attraverso graduale e costante avvicinamento alle necessità del territorio”.

L’obiettivo è ambizioso: garantire qualità e sicurezza delle cure anche in un contesto di carenza di personale. “Per colmare questa carenza, che a volte è determinante e condizionante i percorsi, dobbiamo inventarci modalità che comunque garantiscano le cure in senso qualitativo e di sicurezza”.

La soluzione passa per un impegno collettivo: “Ciascuno deve imparare a fare, come professionista, la propria parte creando le condizioni per cui i vari setting assistenziali vengono sfruttati al meglio, e questo è un impegno che richiede cultura, preparazione e predisposizione al lavoro di squadra.”

Rendere il referral parte integrante del percorso assistenziale è un lavoro di regia che richiede l’orchestrazione di norme, risorse territoriali, strumenti organizzativi e tecnologici, ma anche il coinvolgimento di tutti gli attori chiave. È grazie a questo impegno congiunto e a questa capacità collettiva di coordinamento che si può trasformare il passaggio del paziente tra i diversi livelli di cura in un continuum coerente, appropriato e sicuro.

 

Questa newsletter non ha la pretesa di offrire risposte definitive, ma di stimolare una discussione collettiva tra chi ogni giorno cerca di migliorare il sistema sanitario. Se qualcosa vi ha colpito, fatelo sapere, scrivendo, commentando o condividendo la vostra esperienza, perché solo dal confronto nasce il cambiamento.

L’intelligenza artificiale cambia la sanità. I/le professionisti/e sono pronti/e?

Tempo di lettura: 5 minuti

L’ANALISI DEL DIRETTORE SANITARIO DELL’ASL DI BRINDISI, DR. VINCENZO GIGANTELLI

Nel mondo della sanità che cambia, l’IA non è più una promessa del futuro, è una tecnologia già presente nella pratica clinica. Ma se cambia il modo di lavorare, devono evolvere anche, coerentemente, le competenze dei/lle professionisti/e sanitari/e. Non si tratta di trasformare il/a MMG o lo/a Specialista in un/a tecnico/a, ma di rafforzarne il ruolo con nuovi strumenti e consapevolezze. Nel primo numero di PHD Talks abbiamo chiesto alla Ing. Elena Bottinelli, coordinatrice commissione nazionale AIOP sanità digitale e telemedicina e AU Villa Erbosa e Villa Chiara a Bologna (Gruppo San Donato), quali sono oggi le priorità formative per chi vive l’innovazione da dentro il sistema.

CONSAPEVOLEZZA E RESPONSABILITA’ CLINICA

Secondo l’esperta, la formazione necessaria in ambito sanitario deve innanzitutto basarsi sul rafforzamento della consapevolezza dell’origine, del funzionamento e delle implicazioni cliniche dell’AI mettendo al centro la responsabilità che il personale medico ha rispetto all’uso di queste soluzioni. Laddove, per esempio, il/la radiologo/a abdica alla sua funzione affidandosi totalmente all’AI, ottiene risultati peggiori rispetto a quando lavora autonomamente. Non è una dichiarazione provocatoria, ma un dato comprovato da pubblicazioni scientifiche.
L’AI deve essere uno strumento di supporto alla decisione, non un sostituto.

FORMAZIONE ORIENTATA AI VANTAGGI OPERATIVI

Molti/e professionisti/e non colgono le opportunità pratiche delle soluzioni AI. Una parte della formazione deve quindi mostrare concretamente i vantaggi nell’ottimizzazione del tempo clinico: dalla sintesi anamnestica alla riduzione del lavoro amministrativo, fino alla comunicazione strutturata con il/la paziente. Non è solo una questione tecnologica: è una questione di efficienza clinica.

CULTURA DEL DATO

Altro aspetto importante, evidenziato dalla Ing. Bottinelli, riguarda la formazione sulla cultura del dato. L’intelligenza artificiale lavora su ciò che le viene dato in pasto: “I dati dovrebbero essere il più possibile puliti, organizzati, raccolti in modo omogeneo.” In sanità, però, questo è tutt’altro che scontato, sottolinea la manager. Serve quindi alfabetizzare alla corretta raccolta, codifica e strutturazione del dato, affinché il supporto tecnologico possa essere veramente affidabile, altrimenti gli algoritmi, per quanto sofisticati, lavorano su basi fragili.

COSCIENZA E PROTEZIONE DEL DATO

Non va poi dimenticato che chi lavora con dati clinici digitali deve essere formato a proteggerli, aggiunge l’esperta: garantire l’integrità e la riservatezza dei dati, capire dove vengono salvati, con quali garanzie. Conoscere i rischi legati a soluzioni cloud non certificate, le differenze tra algoritmi proprietari e open source, le implicazioni della condivisione di informazioni sensibili. La cybersecurity diventa un’area di formazione trasversale e strategica.

COMPRENSIONE DEL FUNZIONAMENTO DEGLI ALGORITMI

Ancora, un ambito chiave riguarda la capacità di MMG e Specialisti/e di controllare il processo di apprendimento della macchina. In ambiti come la medicina personalizzata il personale medico deve sapere non solo che l’algoritmo produce una risposta, ma come lo fa. Serve quindi formare i/le professionisti/e alla lettura degli algoritmi trasparenti (white box) e alla valutazione critica dei modelli opachi (black box) per evitare cecità decisionale.

CAPACITÀ DI UTILIZZO DEI DATA LAKE CLINICI

Secondo la Ing. Bottinelli un altro filone stimolante consiste nella formazione all’utilizzo dei data lake, ovviamente all’interno di organizzazioni in grado di poterli sviluppare. All’IRCCS Ospedale San Raffaele Milano si sta lavorando su data lake clinici per individuare correlazioni nascoste tra profili di pazienti e risposte ai farmaci. “Capire in anticipo se un paziente risponderà a un farmaco è fondamentale, in quanto si evitano sprechi, effetti collaterali e si risparmiano costi e tempo prezioso per la terapia”.
Per farlo, servono non solo ingegneri e data scientist, ma clinici capaci di dialogare con l’algoritmo, precisa la manager. È nata proprio da qui l’idea di un nuovo percorso magistrale in Health Statistics, in collaborazione con il Politecnico di Milano. Il futuro non è solo high tech, ma anche high skill.

COACHING PER SUPERARE INSICUREZZE E BIAS

Nel 2024, nelle strutture di Villa Erbosa e Villa Chiara a Bologna e con il supporto degli psicologi di Università Vita e Salute San Raffaele, è stata svolta un’indagine per valutare la preparazione e le aspettative di tutto il personale sanitario rispetto alle soluzioni digitali e per verificare se ci fosse una particolare criticità sulle donne, che rappresentano il 60% degli operatori sanitari. È emersa l’esistenza di una sindrome dell’impostore, soprattutto tra le professioniste sanitarie, che spesso fanno un passo indietro di fronte all’innovazione digitale. Un problema culturale che richiede risposte nuove, non solo tecniche. La risposta è un progetto di coaching, che partirà a breve, per aiutare il personale, in particolare le donne, a prendere consapevolezza delle proprie competenze e delle opportunità che l’innovazione può offrire.

TRAIN THE TRAINER: DAL CO-DESIGN ALLA FORMAZIONE INTERNA

Innovare con il personale medico, non per il personale medico. Coinvolgerlo fin dall’inizio riduce le resistenze, migliora l’adozione delle nuove tecnologie e valorizza le competenze.
Per la Ing. Bottinelli “il personale medico coinvolto nella progettazione sarà anche un miglior formatore per i/le propri/e interlocutori/trici.” Chi partecipa ai tavoli di co-design può diventare ambasciatore/trice del cambiamento e trainer per i/le colleghi/e.

SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE DELL’AI

Un tema ancora marginale, ma destinato a diventare centrale: la sostenibilità ambientale delle soluzioni basate sull’AI. L’elaborazione di grandi moli di dati richiede infrastrutture energivore, con un impatto in termini di consumi, acqua e carbon footprint, sottolinea la manager. La formazione deve includere anche questo livello di consapevolezza.

VALIDAZIONE CLINICA E CONTROLLO NEL TEMPO DEGLI ALGORITMI

Molti dei dispositivi di AI oggi in uso non sono ancora soggetti a valutazioni di efficacia comparabili a quelle dei farmaci. L’intelligenza artificiale clinica deve essere regolata e monitorata nel tempo. “Servirebbe un sistema normativo che garantisca continuità nella validazione degli algoritmi, come accade per i farmaci.” È altresì necessario che i comitati etici abbiano ben presente i rischi e le opportunità delle soluzioni dell’intelligenza artificiale e ricevano pertanto una formazione specifica, perché non si può approvare ciò che non si comprende, evidenzia l’esperta.

INCLUSIONE DEL PERSONALE INFERMIERISTICO

Infine, la formazione non può riguardare solo MMG e Specialisti/e. Infermieri/e e personale sanitario sono talvolta esclusi/e dai programmi formativi sull’AI, pur essendone utilizzatori nella pratica quotidiana. Serve coinvolgerli attivamente.

RADIOLOGIA: DOVE L’AI È GIA’ CLINICA

Un settore è già avanti: la radiologia. Perché? Perché qui esistono standard internazionali consolidati nella raccolta dei dati e nella codifica delle immagini. Questo ha permesso lo sviluppo precoce di soluzioni mature e affidabili. Altri ambiti, come la medicina di laboratorio, soffrono invece l’assenza di standard comuni, rallentando l’applicazione degli algoritmi.

L’intelligenza artificiale non può essere vista come una scorciatoia. È uno strumento potente, ma anche delicato, che rischia di amplificare i bias, generare dipendenza, scaricare la responsabilità clinica. Servono quindi più che mai sia una formazione continua sia un’alleanza tra scienza e tecnologia, che non devono però prescindere da una riflessione etica profonda. “La responsabilità resta del personale medico, l’AI è solo uno strumento, ma è ora che impariamo a conoscerlo davvero” conclude la Ing. Bottinelli.

 

Questa newsletter non ha la pretesa di offrire risposte definitive, ma di stimolare una discussione collettiva tra chi ogni giorno cerca di migliorare il sistema sanitario. Se qualcosa vi ha colpito, fatelo sapere, scrivendo, commentando o condividendo la vostra esperienza, perché solo dal confronto nasce il cambiamento.