L’architettura della presa in carico nelle malattie rare: multidisciplinarietà e nuove figure assistenziali

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La gestione clinica delle patologie rare sta vivendo una profonda trasformazione, guidata dagli straordinari successi terapeutici che prolungano l’aspettativa di vita dei pazienti. La comparsa di differenti bisogni di assistenza e situazioni cliniche nuove orientano il modello di cura verso un approccio corale. Questa evoluzione si fonda su due pilastri fondamentali: la codifica di una multidisciplinarietà condivisa tra professionisti sanitari e l’integrazione di nuove figure dedicate, come il Case Manager, essenziali per garantire una presa in carico complessiva e senza frammentazioni. Dal dialogo con Irene Motta, Professoressa Associata di Medicina Interna all’Università degli Studi di Milano e dirigente medico alla Fondazione IRCCS Ca’ Granda Policlinico di Milano, dove segue oltre 700 pazienti con emoglobinopatie e malattie da accumulo lisosomiale, emergono le direttrici di questo percorso, orientato a valorizzare le competenze del team sanitario e a ottimizzare l’esperienza del paziente.

DALLA VISIONE INDIVIDUALE AL SISTEMA INTEGRATO

L’implementazione di un modello autenticamente multidisciplinare rappresenta un passaggio culturale e organizzativo non privo di ostacoli. Sul piano dell’approccio clinico, l’orizzonte si sposta dalla esclusiva competenza verticale del singolo a una reale condivisione paritaria del sapere, favorendo l’apertura e il confronto tra le diverse specializzazioni.

A livello organizzativo, l’efficacia di questo modello richiede una struttura definita:

  • Programmazione condivisa: la presenza di agende dedicate per le visite multidisciplinari costituisce un elemento imprescindibile per valorizzare il tempo clinico dei professionisti.
  • Prossimità dei servizi: un’assistenza ottimizzata prevede l’avvicinamento delle prestazioni al paziente, riducendo per quest’ultimo la necessità di spostamenti, salvo laddove sia previsto l’utilizzo di specifiche strumentazioni. Nella fruizione dei servizi sanitari a distanza uno dei modelli di riferimento è la telemedicina la cui implementazione è però direttamente correlata alle dotazioni tecnologiche disponibili nelle diverse aziende sanitarie.
  • Modelli attuativi: l’introduzione della visita multidisciplinare all’interno dei Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA) dovrebbe garantire la disponibilità degli specialisti necessari, inserendo il lavoro di squadra all’interno di uno strumento di pianificazione, svincolandolo dalla mera iniziativa individuale.

In questo scenario, la comunicazione con la medicina del territorio assume un’importanza strategica. Lo sviluppo di una piattaforma digitale, per esempio, faciliterebbe un dialogo tracciabile e asincrono tra lo specialista ospedaliero e il medico curante, ottimizzando le sinergie, limitando la dispersione delle cure e supportando l’attivazione di servizi fondamentali per il paziente come l’assistenza domiciliare.

L’INTERSCAMBIO FORMATIVO E LA DECODIFICA DEL PAZIENTE

Il lavoro in équipe multidisciplinare genera un costante arricchimento culturale per tutti i professionisti sanitari. L’utilizzo di terapie innovative rende preziosa la condivisione di esperienze da parte di specialisti provenienti da altri ambiti clinici, come l’esperto di coagulazione. La familiarità di uno specialista con determinate molecole offre al gruppo una visione predittiva inestimabile sui potenziali benefici, sulle applicazioni a lungo termine e sulle possibili complicanze.

“Ormai la medicina è talmente avanzata che è proprio lo scambio tra diversi specialisti che permette di crescere e di offrire al paziente il miglior servizio” osserva la Prof.ssa Motta.

Questa osmosi di conoscenze trasforma anche le attività ambulatoriali in momenti di formazione, capaci di attrarre e istruire studenti e specializzandi su molteplici fronti simultaneamente.

Il lavoro in équipe multidisciplinare va sperimentato, quando si ha la fortuna di trovarsi nel contesto in cui viene effettivamente realizzato, è unanimemente apprezzato” aggiunge la Professoressa.

Parallelamente, la presenza di figure come quella dello psicologo nel nucleo curante attiva un canale formativo bidirezionale. Oltre a supportare il malato, i professionisti della salute mentale forniscono ai medici chiavi di lettura fondamentali durante le riunioni periodiche. Comprendere le radici di specifici comportamenti adottati dalle persone in cura permette al team di calibrare l’atteggiamento clinico, migliorando sensibilmente l’efficacia del percorso terapeutico.

“L’approccio multidisciplinare fa bene a tutti, fa bene prima di tutto al paziente, fa benissimo anche a noi perché ci arricchisce molto culturalmente e ci permette anche di superare la nostra particolare e inevitabilmente univoca visione” conclude la Motta.

L’ESPLORAZIONE DELLA QUALITÀ DELLA VITA: OLTRE I PARAMETRI CLINICI

L’impatto delle nuove terapie innesca profonde ridefinizioni identitarie. Per esempio, l’interruzione di terapie come l’emotrasfusione nella talassemia segna il passaggio dallo status di malato a una nuova condizione di salute, un cambiamento radicale che richiede un accompagnamento psicologico, strutturato, per ricalibrare l’immagine di sé e il proprio ruolo nel contesto familiare e sociale.

L’innalzamento dell’età media dei pazienti impone parallelamente un’indagine accurata su aspetti legati alla qualità della vita intima e relazionale. La valutazione clinica deve espandersi oltre il controllo dei valori biochimici. Affrontare sistematicamente la sfera affettiva e sessuale, avvalendosi di figure come l’urologo, l’andrologo o l’endocrinologo, consente di contestualizzare l’assetto ormonale all’interno del reale vissuto della persona. Un approccio globale e moderno prevede inoltre il coinvolgimento sinergico di nutrizionisti, fisioterapisti e assistenti sociali per rispondere alle accresciute esigenze di queste coorti anagrafiche.

L’attivazione sistemica di tali figure pone la necessità di prevedere canali di finanziamento strutturati, superando l’attuale modello in cui la sostenibilità di questi servizi “ancillari” ricade prevalentemente sui fondi delle singole unità operative.

IL CONTRIBUTO DELLE FIGURE ASSISTENZIALI ALLA CONTINUITÀ CLINICA: CASE MANAGER E NURSE PRACTITIONER

La gestione operativa di patologie rare ad alta complessità o di terapie innovative come la terapia genica, assorbe oggi le energie dei clinici anche sotto il profilo organizzativo. L’introduzione di specifiche figure professionali rappresenta la soluzione per mantenere standard di eccellenza e fluidità.

La Prof.ssa Motta delinea due profili distinti per l’ottimizzazione del sistema:

  • Il Case Manager: un professionista dedicato al coordinamento del percorso. Questa figura accompagna fisicamente e organizzativamente il paziente attraverso i vari step dei trattamenti, offrendo un punto di riferimento e prevenendo il senso di smarrimento o abbandono nei pazienti più fragili durante le fasi in cui il medico specialista concentra fisiologicamente la propria attenzione sulle urgenze primarie di altre persone in cura.
  • Il Nurse Practitioner: ispirato ai modelli anglosassoni, l’infermiere di pratica avanzata si configura come un ruolo intermedio di presa in carico clinico-assistenziale, avendo competenze cliniche estese e autonomia decisionale. Questa professionalità assicura un monitoraggio costante e un solido ancoraggio relazionale, permettendo contestualmente ai medici di valorizzare maggiormente l’attività clinica e scientifica.

In sintesi, il successo nella gestione delle malattie rare va ben oltre il singolo atto terapeutico, rendendo indispensabile un’evoluzione strutturale dei modelli assistenziali. Slegare la collaborazione multidisciplinare dall’estemporaneità e dalla buona volontà dei singoli, garantire linee di finanziamento dedicate per le figure di supporto come lo psicologo, e inserire stabilmente profili come il Case Manager o il Nurse Practitioner costituiscono passaggi strettamente interconnessi. Questo orientamento integrato tutela il tempo dei clinici, valorizza lo scambio culturale tra i professionisti e garantisce ai pazienti una continuità assistenziale costante, restituendo piena dignità alla complessità della loro vita.